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Ulivi e identità

E’ possibile che quello che sto per scrivere e dire risulti impopolare: ma è qualcosa in cui credo veramente e su cui penso sarebbe necessario riflettere per essere veramente umani e vivere in un mondo migliore. Viviamo in un periodo ancora più instabile e imprevedibile del solito, siamo ancora più in preda della paura e della frustrazione e di tutte le reazioni positive o negative che ad esse si accompagnano. Lo stato di emergenza continua e chissà ancora per quanto.

Ma lo stato di emergenza non è solo quello che riguarda il pericolo immediato di vita per noi essere umani. Emergenza è quando brucia un intero continente (quello australe, nel dettaglio), muore almeno un milione di animali e di altrettanti viene distrutto l’habitat naturale. Emergenza è quando un ghiacciaio perde l’80% del proprio volume in 70 anni e potrebbe sparire in 15 (la Marmolada, per essere precisi).

Emergenza è quando gli ulivi secolari di un’intera provincia (il Leccese, per chiarezza) muoiono a tappeto, portandosi via la storia e l’economia di una terra. Emergenza è quando guardo le colline intorno al Lago Sirio e sembra autunno in estate, perchè sono morti una gran quantità di castagni, che forse non sono determinanti per l’economia di nessuno, ma per l’ecosistema sì.

Perchè in questo mondo non ci siamo soltanto noi e noi ci siamo solo in virtù dell’esistenza di altre forme di vita vegetale ed animale, con cui siamo interconnessi, che ci hanno permesso di diventare quello che siamo e di continuare a progredire, ma a cui assai di rado portiamo rispetto e con cui raramente interagiamo se non in termini di uso e consumo.

A parte la questione che potrebbe essere liquidata come ingenuamente ambientalista, c’è secondo me una questione più profonda: la natura contiene la nostra storia. Mentre guardavo gli uliveti in lutto pensavo a come quelle piante contenessero l’identità storica, culturale e sociale delle persone , come fossero state testimoni dell’avvento di generazioni di coltivatori, come fossero state determinanti per le loro vite, per il miglioramento delle loro condizioni economiche e sociali, come fossero indispensabili per identificare “casa”. Morendo hanno portato via con sé passato , presente e futuro. E sono “solo” alberi.

DA VICINO NESSUNO E’ NORMALE

La definizione di normalità è, secondo il Treccani, carattere, condizione di ciò che è o si ritiene normale, cioè regolare e consueto, non eccezionale o casuale o patologico, con riferimento sia al modo di vivere, di agire, o allo stato di salute fisica o psichica, di un individuo, sia a manifestazioni e avvenimenti del mondo fisico, sia a situazioni (politiche, sociali, ecc.) più generali. Secondo l’Oxford Dictionary significa essere tipici in modo usuale e/o prevedibile.

Il concetto di normalità quindi, non ha solo e necessariamente a che fare con la salute: non essere normali non significa automaticamente essere patologici.

Queste definizioni inoltre, non chiariscono quali siano le caratteristiche di usuale e prevedibile cui si fa riferimento e che non sono le stesse in ogni parte del mondo. Di conseguenza non è possibile definire quale comportamento o stile di pensiero sia normale senza prendere in considerazione la cultura e la società di riferimento in cui quel comportamento e pensiero si sviluppa ed esprime. E di conseguenza ciò che è normale ed accettabile in un contesto potrebbe non esserlo in un altro ( come il mangiare con le mani qui in occidente o lo sternutire in pubblico in Giappone ).

Chiunque sia stato capace di sopravvivere e adattarsi all’ambiente e al contesto in cui vive per me è normale abbastanza : semplificando per assurdo, in un contesto in cui dominano violenza e prevaricazioni potrebbe sembrare anormale e non adattivo essere miti e tolleranti. Tuttavia, trovare una via alternativa e inaspettata, sebbene possa non sembrare normale, ha portato a scoperte, innovazioni , progresso: in sostanza la nostra evoluzione si basa anche sulla capacità di andare oltre le convenzioni e la norma. Riprendendo ad esempio il contesto violento e prevaricatore, Gandhi sarà sicuramente sembrato anormale, ma ha anche determinato un profondo cambiamento di pensiero e socio-culturale.

La società occidentale, inoltre, da’ un profondo valore all’autonomia e all’individualità, mentre sempre in Giappone il singolo ha valore ed è valorizzato in quanto parte di un gruppo più ampio, che rappresenta e da cui è rappresentato , che sia quello familiare o aziendale o istituzionale. Gli indicatori di salute , quindi, possiamo considerarli validi solo nella nostra cultura: questo non toglie loro valore, ma ribadisce solo che la normalità non è un concetto assoluto, ma relativo e costruito, che non esiste in noi, ma è stato creato con funzioni di ordine e stabilità sociale.

Al concetto di normalità si è ormai sostituito quello di benessere: la domanda da farsi non è tanto “sono normale?”, ma “sto bene così come sono e sto vivendo?”. Ci sono sicuramente regole e norme sociali da rispettare, ma che lasciano comunque molto margine ad ognuno di noi per decidere come vivere e cosa fare per stare bene con noi stessi e con gli altri. Persone che potrebbero essere considerate anormali, spesso hanno semplicemente bisogni, caratteristiche e aspirazioni diverse dai più e utilizzano soluzioni e risorse diverse o poco consuete: se fossero considerate sbagliate o malate si rischierebbe di impedire loro di “funzionare” e stare bene, creando malessere invece di risolverlo. La tendenza all’etichettamento e alla generalizzazione è pericolosa perchè impedisce di individuare e valorizzare caratteristiche e risorse che , sebbene non comuni, sarebbero probabilmente molto utili per quella particolare persona e, sul lungo tempo, anche a quelle intorno a lei. Ad ognuno dovrebbe essere data la possibilità di individuare i propri bisogni e il proprio livello di benessere, in un modo che risulti utile alla sua vita, all’ambiente in cui vive, alle relazioni che intrattiene.

Possiamo quindi considerare indicatori positivi di salute :

  • competenza sociale: la capacità di muoversi in modo appropriato all’interno di un contesto sociale, di ascoltare, conversare, osservare, esprimere in modo accurato ed adeguato atteggiamenti ed emozioni

  • buona stima di sè: valutazione positiva che la persona ha di sè e del proprio valore personale

  • problem solving: abilità di individuare, definire e analizzare i problemi, di trovare o scegliere le soluzioni appropriate e di valutarne i risultati e le possibili conseguenze

  • percezione accurata, controllo ed appropriata espressione delle emozioni: la capacità di riconoscere la componente corporea, fisiologica degli stati emotivi, di valutarla e regolarla in modo adeguato ed efficace

  • senso di controllo: la fiducia di poter controllare gli eventi

  • senso di impegno: la percezione di avere uno scopo nella vita, di essere impegnati nelle attività in cui si è coinvolti

  • senso di sfida: la tendenza a vedere i cambiamenti come incentivi ed opportunità di crescita, piuttosto che come ostacoli o minacce alla propria sicurezza

  • senso di coerenza: la tendenza a vedere il proprio mondo come comprensibile, dotato di senso e affrontabile.

Il benessere non è quindi tanto determinato da cosa non dobbiamo essere, fare o pensare, ma al contrario dalle capacità che abbiamo e che pensiamo di poter conquistare: si definisce in positivo, non in negativo; non con regole e indici , ma con un insieme di risorse e aperture.