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Il viso vestito

Ho sempre avuto una gran passione per la rappresentazione , anche mentale del corpo. La mia tesi di specializzazione fu sul corpo familiare e relazionale: in estrema sintesi, l’idea di fondo era che l’immagine corporea si sviluppa in funzione dell’immagine di corpo che la società, a livello culturale, e , nel particolare, la famiglia veicolano e che il proprio corpo fa parte di un corpo familiare più ampio: a partire dalla gestazione , in cui facciamo fisicamente parte del corpo di una altro, il nostro corpo e l’immagine di esso si sviluppano all’interno di relazioni e di storie di relazioni e queste si sviluppano all’interno di uno specifico ambiente socio-culturale. Il nostro corpo non è mai un corpo “solo”: le modalità con cui lo viviamo e ce lo rappresentiamo derivano da un’eredità culturale e familiare, non solo genetica, ma anche narrativa: a questa narrazione del corpo possiamo scegliere di rimanere fedeli o di opporci o di scostarci parzialmente e fluttuare tra queste posizioni nelle varie fasi della nostra vita.

La cultura di cui facciamo parte influisce enormemente su come pensiamo di poter “usare” ed esprimere la nostra fisicità, dalla moda ai canoni estetici fino alle questioni di genere o più prettamente sanitarie: il corpo non appartiene soltanto a noi, non sempre possiamo disporne a nostro piacimento e mai come in questo periodo ci è evidente.

C’è un’idea ulteriore però, più legata all’espressione: che il nostro corpo sia molto di più di ciò che viene delimitato dai confini della pelle. Molti artisti , a partire dai decenni scorsi, hanno anticipato questa idea con rappresentazioni di possibilità estreme dell’uso del corpo, prefigurando il cyber-corpo, un corpo iper connesso.

Nella quotidianità si vede ormai da tempo come gli smartphone o i tablet creino delle estensioni alla fisicità: fisicamente, poiché sono un prolungamento del braccio e della mano e relazionalmente, poiché ci connettono in modo esponenziale con gli altri.

Ultimamente, la nuova appendice sembra essere diventata la mascherina: che ci protegge, ma pone un filtro tra noi e gli altri. E’ uno schermo, però, che a sua volta ci permette di continuare a interagire con le altre persone a distanza: un dispositivo che ci ricorda di non avvicinarci troppo agli altri, che nasconde una buona parte del nostro viso, che ovatta la voce e riduce l’espressività, ma allo stesso tempo ci consente di poter continuare a interagire e connetterci con gli altri, similmente agli apparecchi tecnologici, schermi di connessione anche loro: un ossimoro particolarmente significativo, in un’epoca in cui sempre di più diventa indispensabile saper vivere con consapevolezza in grandi ambiguità. Per alcuni è stata trasformata in accessorio, oggetto di moda: in ogni caso è un buon esempio di come si cerchi di integrare una nuova “copertura” alla nostro fisicità, cercando di adattarla, armonizzarla e renderla personale. Diventa utile imparare a convivere con una nuova appendice del nostro corpo, con la consapevolezza di ciò che significa per noi, per la relazione con gli altri e per il nostro futuro, trovando il modo per farla diventare qualcosa che esprima la nostra personalità e non solo ne copra una parte.

Il potere della parola ai tempi del covid-19

In questo periodo di crisi, di isolamento e , quindi in generale, di difficoltà,  noi psicologi ci siamo attivati tutti per fornire supporto a distanza, così da non interrompere le terapie in corso e poter dare sostegno a chi invece proprio in questo periodo sente il bisogno di chiedere aiuto e ricevere supporto. Perché senza dubbio questo periodo forza le convivenze, con noi stessi e con gli altri e ci priva allo stesso tempo di molte relazioni significative; il vuoto di attività e distrazioni ci espone  molto di più a pensieri ed emozioni che abitualmente magari riusciamo a trascurare: diventa importante quindi essere in grado di tenerli a bada e non farsene sopraffare, ma sarebbe controproducente continuare ad ignorarli. Diventa importante trovare un senso a questa situazione di clausura e fare il possibile perchè diventi invece un’occasione di apertura e preparazione al futuro: i periodi di crisi arrivano quando è necessario apportare dei cambiamenti , con l’obiettivo di evolvere e migliorare le risorse proprie e del contesto e quindi la qualità di vita. Per chi in ogni caso non può avvalersi dell’aiuto di un professionista ecco alcuni suggerimenti, che, pur non essendo minimamente comparabili all’utilità e alla profondità introspettiva e trasformativa di un percorso terapeutico, possono almeno aiutare ad evitare ruminazioni infeconde e ad indirizzarsi su riflessioni più costruttive. Sono strumenti semplici e quasi banali, ma alla portata di tutti.

Mai come in questo periodo la parola acquista potere: è pressocchè solo attraverso di essa che possiamo veicolare tutti i significati che prima potevamo passare attraverso i gesti e il contatto. Esprimere ciò che si prova a parole non è un atto spontaneo per tutti, potrebbe perciò tornare utile a molti tenere un diario, che svolge così una duplice funzione, introspettiva e comunicativa: prendersi del tempo per trovare le parole e dare nome e forma a ciò che si prova aiuta a mettere ordine nei propri pensieri, che iniziano a sembrare più governabili, anche perché li rendiamo visibili, quasi concreti. Argina il rimuginio e allo stesso tempo ci dà il tempo per dare voce con calma a qualcosa che potremo poi condividere con altri.

Per trovare le parole c’è un altro strumento di grande aiuto: i libri. La lettura ci accompagna in un viaggio dentro noi stessi, oltre che in mondi lontani e sconosciuti , da’ spesso voce ai nostri sentimenti, ci offre punti di vista alternativi, ci fa sentire meno soli con i nostri vissuti grazie a personaggi che provano quello che anche noi proviamo, ma lo interpretano e affrontano in modi diversi, che diventano quindi nuove prospettive e possibilità per la nostra stessa vita. Ci permette di continuare a viaggiare in paesi e culture lontane, conoscere nuove persone, proprio in un periodo in cui è materialmente impossibile farlo.  Nel più banale dei casi, leggere rimane comunque un’utile modo per svagarsi.

Leggere e scrivere aprono porte dentro e fuori di noi, ampliando il nostro spazio di espressione; alimentano il nostro lato immaginativo e creativo, che è davvero importante coltivare in questo periodo in cui sembra di essere bloccati nello spazio e nel tempo, in cui sembra che non ci sia nulla da fare oltre che pulire casa. Anche mettersi alla prova e sperimentare attività seppur piccole, ma che non avevamo mai provato, similmente ci aiuta in questo senso, fosse anche solo provare una nuova ricetta.

Se proprio non vogliamo proiettarci verso il futuro, possiamo fare un viaggio nel nostro passato , ma in quello dei momenti felici, che fa bene rievocare e rivivere, meglio ancora con chi ci sta vicino: quale momento migliore per riguardare ( e riordinare magari) le fotografie? E chissà che non ci facciano venire in mente di qualcuno che non sentiamo da un po’ e che finalmente abbiamo tutto il tempo di chiamare!

Questi sono solo alcuni suggerimenti per affrontare la quarantena nel modo più sereno possibile , senza perdere consapevolezza  e proattività. Potete trovare altri spunti di riflessione sulle mie pagine Facebook @StudioDottBerta o Instagram @emanuelabertapsicologapsicoter