La definizione di normalità è, secondo il Treccani, carattere, condizione di ciò che è o si ritiene normale, cioè regolare e consueto, non eccezionale o casuale o patologico, con riferimento sia al modo di vivere, di agire, o allo stato di salute fisica o psichica, di un individuo, sia a manifestazioni e avvenimenti del mondo fisico, sia a situazioni (politiche, sociali, ecc.) più generali. Secondo l’Oxford Dictionary significa essere tipici in modo usuale e/o prevedibile.

Il concetto di normalità quindi, non ha solo e necessariamente a che fare con la salute: non essere normali non significa automaticamente essere patologici.

Queste definizioni inoltre, non chiariscono quali siano le caratteristiche di usuale e prevedibile cui si fa riferimento e che non sono le stesse in ogni parte del mondo. Di conseguenza non è possibile definire quale comportamento o stile di pensiero sia normale senza prendere in considerazione la cultura e la società di riferimento in cui quel comportamento e pensiero si sviluppa ed esprime. E di conseguenza ciò che è normale ed accettabile in un contesto potrebbe non esserlo in un altro ( come il mangiare con le mani qui in occidente o lo sternutire in pubblico in Giappone ).

Chiunque sia stato capace di sopravvivere e adattarsi all’ambiente e al contesto in cui vive per me è normale abbastanza : semplificando per assurdo, in un contesto in cui dominano violenza e prevaricazioni potrebbe sembrare anormale e non adattivo essere miti e tolleranti. Tuttavia, trovare una via alternativa e inaspettata, sebbene possa non sembrare normale, ha portato a scoperte, innovazioni , progresso: in sostanza la nostra evoluzione si basa anche sulla capacità di andare oltre le convenzioni e la norma. Riprendendo ad esempio il contesto violento e prevaricatore, Gandhi sarà sicuramente sembrato anormale, ma ha anche determinato un profondo cambiamento di pensiero e socio-culturale.

La società occidentale, inoltre, da’ un profondo valore all’autonomia e all’individualità, mentre sempre in Giappone il singolo ha valore ed è valorizzato in quanto parte di un gruppo più ampio, che rappresenta e da cui è rappresentato , che sia quello familiare o aziendale o istituzionale. Gli indicatori di salute , quindi, possiamo considerarli validi solo nella nostra cultura: questo non toglie loro valore, ma ribadisce solo che la normalità non è un concetto assoluto, ma relativo e costruito, che non esiste in noi, ma è stato creato con funzioni di ordine e stabilità sociale.

Al concetto di normalità si è ormai sostituito quello di benessere: la domanda da farsi non è tanto “sono normale?”, ma “sto bene così come sono e sto vivendo?”. Ci sono sicuramente regole e norme sociali da rispettare, ma che lasciano comunque molto margine ad ognuno di noi per decidere come vivere e cosa fare per stare bene con noi stessi e con gli altri. Persone che potrebbero essere considerate anormali, spesso hanno semplicemente bisogni, caratteristiche e aspirazioni diverse dai più e utilizzano soluzioni e risorse diverse o poco consuete: se fossero considerate sbagliate o malate si rischierebbe di impedire loro di “funzionare” e stare bene, creando malessere invece di risolverlo. La tendenza all’etichettamento e alla generalizzazione è pericolosa perchè impedisce di individuare e valorizzare caratteristiche e risorse che , sebbene non comuni, sarebbero probabilmente molto utili per quella particolare persona e, sul lungo tempo, anche a quelle intorno a lei. Ad ognuno dovrebbe essere data la possibilità di individuare i propri bisogni e il proprio livello di benessere, in un modo che risulti utile alla sua vita, all’ambiente in cui vive, alle relazioni che intrattiene.

Possiamo quindi considerare indicatori positivi di salute :

  • competenza sociale: la capacità di muoversi in modo appropriato all’interno di un contesto sociale, di ascoltare, conversare, osservare, esprimere in modo accurato ed adeguato atteggiamenti ed emozioni

  • buona stima di sè: valutazione positiva che la persona ha di sè e del proprio valore personale

  • problem solving: abilità di individuare, definire e analizzare i problemi, di trovare o scegliere le soluzioni appropriate e di valutarne i risultati e le possibili conseguenze

  • percezione accurata, controllo ed appropriata espressione delle emozioni: la capacità di riconoscere la componente corporea, fisiologica degli stati emotivi, di valutarla e regolarla in modo adeguato ed efficace

  • senso di controllo: la fiducia di poter controllare gli eventi

  • senso di impegno: la percezione di avere uno scopo nella vita, di essere impegnati nelle attività in cui si è coinvolti

  • senso di sfida: la tendenza a vedere i cambiamenti come incentivi ed opportunità di crescita, piuttosto che come ostacoli o minacce alla propria sicurezza

  • senso di coerenza: la tendenza a vedere il proprio mondo come comprensibile, dotato di senso e affrontabile.

Il benessere non è quindi tanto determinato da cosa non dobbiamo essere, fare o pensare, ma al contrario dalle capacità che abbiamo e che pensiamo di poter conquistare: si definisce in positivo, non in negativo; non con regole e indici , ma con un insieme di risorse e aperture.