Comunemente si pensa ancora che ad andare dallo psicologo siano persone “pazze”, con problemi seri o patologie gravi. In effetti due domande che mi sono spesso sentita rivolgere sono proprio “Sono normale? Ho qualcosa che non va?” . L’altro pregiudizio è che chiedere aiuto sia sintomo di debolezza o di inettitudine.

In realtà molti dei pazienti con cui ho lavorato e lavoro non mostrano alcun sintomo patologico, sono in effetti del tutto “sani”, ma stanno attraversando una fase critica o di passaggio del percorso di vita ( passaggio da mondo scolastico a lavorativo, perdita del lavoro, pensionamento, trasferimenti, arrivo di un figlio, menopausa, separazioni, lutti) si sentono confuse, hanno bisogno di ridefinire il loro ruolo, di fare chiarezza sulle possibili scelte da affrontare; vogliono modificare dei loro atteggiamenti verso se stessi o verso gli altri, desiderano potenziare delle loro abilità, imparare a comunicare meglio. Tutte le situazioni che sono fonte di malessere possono richiedere l’aiuto di un professionista per essere affrontate e risolte nel miglior modo possibile, ma non necessariamente implicano una malattia o una debolezza, più spesso fanno parte del naturale processo vitale, possono capitare a chiunque, qualcuna di esse è inevitabile. Chiedere aiuto denota, piuttosto che debolezza, la forza di riconoscere i propri limiti e di mettere in discussione il proprio punto di vista, la volontà di affrontare il problema nel miglior modo possibile, avvalendosi dell’arricchimento che può dare il supporto di un punto di vista esterno e professionale.

Aiutare e accompagnare le persone in un percorso di miglioramento della qualità della vita e della loro percezione di benessere è uno degli obiettivi della mia professione: il vero artefice del cambiamento è la persona stessa, che acquisice nuova consapevolezza di sè e scopre diverse capacità nel pensare, sentire e affrontare il mondo che la circonda.